LA BELLEZA REALE

by Benedetta Donato, Fall 2016 (Italy)


Potremmo definire questo uno dei periodi più floridi per Peter Lindbergh, un maestro della fotografia mondiale, che intervistiamo alla vigilia dell’inaugurazione della più grande mostra antologica a lui dedicata, un progetto cui tiene moltissimo perchè, racconta, «mi è stato detto che sono, se non il primo, uno dei primi artisti ad esporre ancora in vita una mostra personale nella Kunsthal di Rotterdam. Prima di me, in questa sede, sono state accolte opere di artisti come Pablo Picasso, Alberto Giacometti e Keith Haring». >Lindbergh e stato l’artefice di una grande rivoluzione nel mondo della fotografia di moda: trasformare creature perfette e inarrivabili come le top model, in donne terrene, dotate di umanita, facendole uscire da una gabbia patinata ed esaltandone il carattere. Entusiasmo che si lega a un’altra conferma importante: la scelta operata da Pirelli di affidare per la terza volta al suo obiettivo, l’edizione di The Cal 2017. ~~Lindbergh~~ è stato l’artefice di una grande rivoluzione nel mondo della fotografia di moda: trasformare creature perfette e inarrivabili come le top model, in donne terrene, dotate di umanità, facendole uscire da una gabbia patinata ed esaltandone il carattere. Erano gli inizi degli anni Novanta quando il fotografo, grazie al sostegno della neodirettrice di Vogue, Anna Wintour, stupì il mondo offrendo un’immagine familiare delle divine modelle. Poco trucco e una semplice camicia bianca. Qualcosa di completamente diverso appariva, per la prima volta, sulla copertina della rivista più autorevole in ambito di moda. Da quel momento ogni suo editoriale è divenuto un pretesto per mettere in scena e raccontare una storia di altra bellezza che perde la propria attrattiva puramente estetica e si trasforma in un’esaltazione della personalità, della vulnerabilità e della sensibilità di ogni essere umano e della donna in particolare. Fotografie meno impostate, apparentemente casuali, dotate di un grande realismo e di una malinconia che potremmo definire una reminescenza del passato, quasi un’eredità geogra ca dei cieli grigi e delle atmosfere cupe dell’ex Germania dell’Est. Il luogo di provenienza rimane, infatti, un bagaglio visivo racchiuso in quelle fotografie scattate su letti disfatti, in vecchi teatri, lungo le strade di periferia o nei deserti. Sguardi sicuri di soggetti imperscrutabili, lasciano spazio all’incertezza e al mistero in momenti di silenzio decisivi. Sorride quando definiamo la sua, come una carriera inarrestabile che ha imposto un modo nuovo di vedere e che semplicemente ci descrive come un insieme di tanti fattori: sperimentazione, tanto lavoro, coerenza e un pò di ~~talento~~ guidati da un chiaro punto di vista. «Non c’è mai stato nulla di difficile nel trovare la mia visione – a erma il fotografo – perchè si è rivelato un processo parallelo alla ricerca di cosa volessi esprimere e comunicare. Col tempo, ho iniziato a capire chi ero e dove volevo andare ed è questa la base da cui muove ogni manifestazione creativa, che si tratti di un fotografo, di un artista o di un musicista consapevole di avere qualcosa da dire». Racconta di aver compreso l’importanza di ascoltare solo se stesso quando si tratta di dare un significato e un’impronta visiva al proprio lavoro e aggiunge: «Diventa istintivo e naturale avere una determinata visione della realtà circostante; è un sentire in maniera automatica quel modo di fotografare le donne, le modelle, le attrici, gli uomini o qualunque altra cosa». Osservando le sue immagini si ha la sensazione che il fotografo riesca a entrare in profondo contatto con ogni soggetto. Gli chiediamo quanto incida l’empatia nel suo lavoro. Ri ette per qualche istante e poi definisce, questa, «una parola molto potente», identificandola come «l’esperienza di capire una condizione altra, di provare a comprendere le persone dal loro punto di vista... È il dono più importante ed è necessario per poter instaurare una relazione simbiotica con i soggetti con i quali si condividono momenti incredibili, in cui si ha la sensazione che tutto possa accadere». Il suo modo di vedere e di raccontare le donne non appare cambiato nel corso del tempo. A questo proposito, ci racconta del progetto Reunion Story, lm realizzato nel 2015 che ha visto riunite, dopo ben venticinque anni, le grandi top model immortalate dal suo ~~obiettivo~~ nel celebre scatto del 1990. >«Esprimere noi stessi per come siamo senza aggiungere null’altro, sarebbe l’atto piu rivoluzionario per la fotografia e per tutto il resto». >-Shunryu Suzuki Lo scopo di questo lavoro è stato di o rire un tributo a quella bellezza che lui definisce vera, senza interventi esasperati di manipolazione, per mostrare la carica di femminilità e di carattere, di cui ogni donna è portatrice a qualunque età, purchè nell’immagine, ogni momento della vita, corrisponda al reale. Quello che è cambiato «è il mio modo di affrontare la realizzazione delle immagini e se sono più interessanti oggi di venticinque anni fa è perchè ho superato tutte le paure e le incertezze e posso chiaramente vedere il fondo di ogni cosa». Ci congediamo da Peter Lindbergh, dopo una lunga chiacchierata, chiedendogli quale atto rivoluzionario sarebbe auspicabile per la fotografia. Ci risponde parafrasando il maestro zen Shunryu Suzuki: «Esprimere noi stessi per come siamo senza aggiungere null’altro, sarebbe l’atto più rivoluzionario per la fotografia e per tutto il resto».