"Le mie donne vere e speciali, mai perfette"

by Bettina Bush, October 2017 (Italy)


Divine dagli occhi umani. Sono le donne di Peter Lindbergh, definito il poeta del glamour, l’artista che è riuscito a trasformare donne fatali in donne vere e non solo semplici immagini di una perfezione che inganna: «Quando mi chiedono se seguo un metodo mentre scatto – spiega Peter Lindbergh – rispondo che non ho un metodo. Tutto è semplicemente vero e reale». Ma non tutto è stato semplice all’inizio della carriera di Lindbergh. Lo incontriamo alla Reggia di Venaria (Torino), mentre sta finendo l’allestimento della mostra “A Different Vision on Fashion Photography”, che si inaugura oggi (fino al 4 febbraio 2018), prodotta dalla Kunsthal Rotterdam, curata da Thierry-Maxime Loriot, con il supporto di Swarovski. L’artista si diverte a ricordare quando, alla fine degli anni Ottanta Grace Mirabella, direttrice di Vogue America aveva cestinato il suo servizio, perché troppo innovativo: «Non mi ritrovavo negli stereotipi di quel tipo di donna artefatta e superficiale – continua Lindbergh – il mio ideale di donna si riferiva agli anni dell’accademia artistica, quando avevo conosciuto donne indipendenti che avevano aspirazioni e obiettivi. Quando Anna Wintour è diventata la nuova direttrice di Vogue America ha visto le mie foto che erano state scartate e ha detto: questa è la donna che verrà». Più di duecento scatti, video e film raccontano la donna contemporanea, e poi il mondo dei couturiers, dei grandi miti della danza, l’influenza del cinema, la magia della camera oscura, le forza delle icone, senza seguire un ordine cronologico, ma per descrivere il mondo da una prospettiva meno convenzionale. Donne speciali che non esitano di mettersi a nudo, senza trucco, e senza artifici davanti all’obiettivo, come le cinque Supermodels che aprono la mostra, all’epoca ancora poco conosciute: Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Christy Turlington e Tatjana Patiz; o le non più giovani Charlotte Rampling, Gena Rowlands, Jeanne Moreau, e Tina Turner, tutte splendide e naturali. Poi stilisti, Armani, Gaultier, Prada, Donna Karan, Azzedine Alaia, solo per citarne alcuni, grandi della danza come Pina Bausch e una incredibile Madonna. Lindbergh non ha avuto paura di osare, nemmeno quando ha convinto Linda Evangelista di tagliarsi quei lunghi capelli: «Non voleva, diceva che avrebbe lavorato molto meno, alla fine mi ha seguito, e in effetti per un po’ di tempo ha lavorato meno, ma poi è diventata famosissima». Il coraggio delle sue scelte gli è rimasto anche oggi, e scatta senza artifici e senza effetti, nemmeno nell’era del digitale: «Non uso Photoshop se non per dare l’effetto più reale, tipico della pellicola – aggiunge Lindbergh – per me il talento è quando vedi qualcosa di vero, senti che è speciale, può essere un dettaglio, una persona. Quando fotografo allora si crea uno spazio magico tra me e il soggetto, che cambia continuamente, lo fermi, ma non sarà mai lo stesso, come le persone, esseri complessi». Proprio una sezione della mostra si intitola Unknown, dove si narra il fascino dello sconosciuto, e qui Lindbergh ha fatto un tuffo nella fantascienza, disegnando la sagoma di un marziano. Viene in mente E.T. e il suo lavoro si può paragonare a quello di un regista cinematografico, che studia, scrive, e prepara ogni inquadratura: «Abbiamo voluto raccontare l’universo di questo incredibile fotografo partendo dalla moda – spiega il curatore Loriot – per entrare dentro il suo sguardo, nel backstage, mostrando i suoi appunti, i suoi archivi. Ha fotografato molte modelle e le ha rese famose non per i loro nomi, ma per le loro storie».